Ciò che siamo dipende da noi, ciò che saremo da quello che facciamo ogni giorno

 

Sono Marco Russo, classe 1991, ultimo di 3 figli, Silvio, fratello, fotografo, (a cui devo lo scatto in copertina, ricordo di un'estate trascorsa) docente di Storia e geografia, Marilena, sorella, Architetto, Docente di Educazione tecnica . Mi sono diplomato nel settore alberghiero, ho fatto vari lavori, primo fra tutti il cuoco, prima nei week-end durante la scuola e poi in hotel durante l'estate, poi barista, panettiere e ora sono finito a fare i salami Fa ridere eh? Dopo tutto si sa il pane col salame è la morte sua.  Ho alle spalle anni di volontariato  spesi tra bar, feste,oratori estivi e festival musicali, nell'oratorio di Carugate,paese dove ho vissuto fino ai 25 anni. Ho iniziato a lavorare fin dai tempi della scuola e tra un lavoro e un altro, e il tempo speso nel volontariato ho sempre coltivato la passione nello scrivere tutto quello che mi passava per la testa.Sono figlio di gente semplice del sud, mamma Anna Maria, e papà Gerardo, arrivati nel lontano 1995 qui al Nord, per cercare un lavoro, visto che in quegli anni al sud le possibilità  erano ben poche. Se sono cresciuto e diventato quello  che sono a 29 anni, dopo essere stato catapultato qui al nord quando ne avevo si e no 4, lo devo ai miei genitori, che non mi hanno fatto mai mancare nulla. Ora basta, altrimenti divento noioso. lasciatemi solo ringraziare ancora qualcuno. 

 

Ai miei genitori per non avermi fatto mancare mai niente

a mio fratello Silvio e mia sorella Marilena,

a Eleonora B. per avermi  sempre spinto a iniziare questo libro,

alla mia meta, alla mia metà

a Davide, che mi ha sempre spinto a continuarlo

a Carmela, per avermi sempre sostenuto,

e ai miei amici, compagni di vita e d’avventura.

 

"Sto spendendo tutto il mio tempo perchè niente e nessuno te lo rirdarà indietro"

Prima di leggere queste pagine, non aspettatevi il solito libro, né un’autobiografia, né un racconto, né una storia. Chiametelo come volete. Iniziamo dal fatto che non so se o quando questo libro verrà stampato e o addirittura pubblicato.. Anzi forse grazie a questa pagina spero un giorno di riuscire nel mio piccolo sogno. Fa quasi ridere che uno “scrittore”, l’ho messo tra virgolette perché non mi sento uno scrittore vero, dubiti del proprio manufatto e della sua riuscita nel mondo che passa da parole battute su una tastiera a inchiostro a getto su della carta. Questo connubio così semplice tra carta e inchiostro genera qualcosa che credo sia inspiegabile, dove nemmeno la parola emozione riesce a definire cosa restituisce una pagina di un libro. Quando scrivo di solito è perche ho bisogno di respirare, è stato sempre così, come una boccata d’ossigeno. Ogni parola che uso è un modo per andare fino in fondo nelle cose, scavare nei ricordi e andare a ripescare quei secondi persi, ricordandoli con le parole e riuscire a far sentire che nella vita oltre a quello fai conta soprattutto quello che non fai e purtroppo arriva sempre dopo nella nostra testa.

Per non aver fatto una cosa a volte cambia davvero tutto, e a volte ad averla fatta, non cambia davvero niente.

Mi dimentico

 Avete presente quando avete in mente di fare qualcosa, quando quella cosa la dovete fare, oppure nell’arco di una giornata vi viene un flash e tra voi dite “ dopo più tardi devo ricordarmi di fare quella cosa” ? Ecco siete nel bel mezzo di una trappola giornaliera. Perché in un modo nell’altro, magari non sempre, quella cosa da fare ve la dimenticherete. E questo vi porterà a poi ridire di nuovo “allora domani prima faccio questo se no mi dimentico di nuovo, poi posso fare il resto”. Forse la farete. Forse invece inizierete la giornata, farete quello che avevate precedentemente programmato, e poi alla fine della giornata, direte “no ma io mi son dimenticato di fare quella cosa!” . Ecco vi siete dimenticati di nuovo. Capita a tutti, forse a qualcuno meno raramente. A me quando succede, mi esce spontaneo dirlo, non pronuncio tra me “mi son dimenticato”, ma “ cazzo mi dimentico!” E a volte ti dimentichi l’impossibile, un sacco di cose, a volte ti dimentichi una sciocchezza, a volte invece ti dimentichi niente, ma quando ti dimentichi, di staccare la spina, lì ti dimentichi di te stesso, e non dirai, mi son dimenticato, semplicemente non lo dirai. Non è una sciocchezza questa. Per nulla. Si diventa fragili, si diventa deboli, si diventa come corde vecchie di un violino. Basta che l’archetto tocchi più acutamente la corda più debole e questa si spezza. Cede Si ha paura, non tanto di qualcosa, ma di molto E cosi come dicevo capita di dimenticarsi di qualcosa, o per lo meno magari si mette da parte qualcosa. Proprio mentre scrivo queste righe, riprendo a scrivere questo testo, rimasto in stato di abbandono, senza modificheinsieme in un cartella piena di file nel pc. Che errore. Non mi sono dimenticato tanto di continuare a scrivere questo libro/testo, ma aimè mi sono dimenticato di dargli il giusto tempo. Che stupido direte, un autore che si auto commisera di un proprio errore, chiamiamolo di vita. Ma forse la cosa che più mi è mancata in questo lasso di tempo in cui non ho digitato nemmeno una lettera sulla tastiera del pc, è stata proprio la sensazione di libertà che provo ogni volta che mi metto a scrivere qualcosa, che sia questo libro o altro. È come attaccarsi a qualcosa, a un caricabatterie, a un generatore di corrente, a una flebo di adrenalina, e in un lampo sento di stare meglio, sento meno stress addosso, e molta, molta più voglia di superare ogni tipo di difficoltà nella giornata. Si sbaglia, perché si sbaglia, ma l’importante è promettersi di non commettere più gli stessi errori, di non dimenticarsi appunto che oltre al lavoro e alle altre cose, ci sono altrettante con le quali staccare la spina, e ricaricare le batteria, permettetemi questa contraddizione. E la libertà di scrivere, di trovare il tempo per scrivere, qualsiasi cosa, bisogna sempre averla a disposizione, e meglio ancora teniamone sempre un po’ da parte, o altrimenti conquistiamocela..... È passato tanto tempo dopo aver scritto quell’ultima riga che avete appena letto. Diamine, dannazione, l’ho fatto ancora! Perché? Perché mi sono dimenticato di scrivere. Anzi ho smesso di scrivere e ora che ho ripreso, proprio in questi giorni, ho ricominciato, perché mi mancava qualcosa di fondamentale, mi mancava sentirmi vivo, ma vivo nel senso intimo della parola. Perché quando ti dimentichi di scrivere, quando ti dimentichi delle tue passioni, ti dimentichi di vivere. Smetti. Avevo smesso perché mi mancava il tempo? O forse non lo trovavo, o forse non lo tenevo nemmeno per me. A volte si pecca di altruismo, forse troppo, e viene a mancare, a mancarti la propria libertà. Basta però rendersene conto, e riprendersi quel tempo, che non è mai mancato, ma che hai sempre voluto dedicare a qualcun altro. Non che sia sbagliato essere altruisti, o meglio dedicarsi più a chi ci vive intorno, amici, fidanzata, fratelli, genitori, e nipoti. Vale la pena direte voi? Si, fino a quando la sera andrete a letto a dormire col mente libera si. Quando invece i pensieri della giornata, del lavoro, si mischiano al sonno, si mischiano alla vita quotidiana, una volta appena scesi dal letto, lì è il momento di riprendere in mano la situazione, di riprendere in mano la propria passione, o il modo che ognuno di noi ha per liberarsi da tutto questo, per sentirsi di nuovo vivi, per sentirsi di nuovo spensierati, per sentirsi di nuovo sé stessi. Ah e non dimenticatevi di continuare a coltivare, quest’hobby questa passione, questo modo che avete per svuotare mente corpo e anima, altrimenti è un casino. Pensate un po’ a me che nello scrivere questo capitolo l’ho fatto per due volte. Mi sono dimenticato, cazzo si. Perché se vuoi essere felice, spensierato, libero, devi volerlo in primis tu stesso. Allora comincia a sorridere che poi è tutto automatico. Vuoi continuare ad esserlo? Pensa al motivo per cui continui a sorridere e per cui sei felice.

Vuoi esserlo di più? Pensa che qualcuno col tuo sorriso è felice e quel qualcuno ha bisogno di te per sorridere.

 

"Cadere rialzarsi e poi sognare"

A volte dobbiamo fermarci per ripartire, per ricominciare. Che grande ossimoro, potrei dire anche controsenso Non mi sono mai sentito uno scrittore, forse invece è solo la mia testardaggine nel sottovalutarmi che mi porta a pensarlo. Negli ultimi mesi mi sento di aver attraversato una foresta di alberi abbattuti, un pò come quelli caduti con il forte vento sulle valli. Ogni albero abbattuto era, scrivo già al passato, un impedimento, un ostacolo al mio stare bene, al mio respiro tranquillo, che era sempre diventato più accelerato e ansiogeno fino a farmelo mancare il respiro. Bisogna sempre pensare a se stessi, e quel sempre vale anche quando nella vita ci si affianca una persona con cui condividere tutto, perchè prima di stare bene in due, bisogna stare bene con se stessi. E allora ho abbattuto di tutto. Ho ascoltato cosa aveva bisogno il mio corpo, il mio essere, la mia persona. Perché prima di farmi abbattere del tutto, mi sono rialzato e ho cominciato poco a poco a farmi largo fra quei rami caduti, facendomi spazio, cercando aria fresca, come fa un corridore arrivato alla fine della corsa. Ho ascoltato cosa avevano da dirmi gli altri, ascoltato sì, compreso, ma alla fine poi ho ascoltato l’io che ognuno di noi contiene. Alla fine quello che conta siamo noi, il resto poi vien da sé o comunque vi è sempre una soluzione. Dovremmo ripeterci più spesso la frase “ andrà tutto bene alla fine, e se non andrà bene non sarà la fine..” E badate bene che è così. A volte abbiamo semplicemente paura di quello che succederà dopo, di quello che penseranno gli altri, gli altri si, questa parola a volte è come un muro, dobbiamo decidere se farci schiacciare da questo, o girarci dall’altro lato, e andare per la nostra strada. 

E come dice qualcuno più bravo di me con le parole e con la musica, "Cadere rialzarsi e poi sognare Tornare a farsi male È il prezzo da pagare per stare bene! " Ermal Meta

TERRA MIA

 C'è una canzone, di Pino Daniele che dice:

"Comm'è triste e comm'è amaro st'assettato a guarda tutt'è cose, tutt'e parole ca niente pònno fà si m'accir agg'jettato chellu poco 'e libertà ca sta' terra e sta' gente 'nu juorno m'adda rà Terra mia, terra mia, comm'è bell a la penzà Terra mia, terra mia, comm'è bell a la guardà Nun è over nun è semp 'o stess tutt'e journe po' cagnà ogge è diritto, dimane è stuort e chesta vita se ne va 'e vecchie vann dint a chies cu' a curona pe' prià e 'a paura 'e sta morte ca nun ce vo' lassà.. Terra mia, terra mia, tu sì chiena 'e libertà Terra mia, terra mia, ì mò a sentt 'a libertà "

Non sto a tradurla perché in italiano rende meno della metà, ne estrapolo solo un verso, quando dice “Nun è over nun è semp....” che vuol dire: non è vero, non è sempre lo steso, tutti i giorni possono cambiare, oggi è diritto, domani è storto oggi è una giornata si domani no, e questa vita se ne va, questa vita trascorre, meglio dire. Il dialetto napoletano contiene in sé modi e termini che nessun altra lingua riesce a equiparare, solo per il suono, e poi soprattutto per il significato che riesce a dare alle parole. Da sempre, Pino Daniele, come cantante e scrittore, ha saputo in ogni sua canzone usare al meglio la potenzialità del dialetto della terra che gli ha dato le origini. Io non smetterò mai di ringraziarlo per i testi che ha dato vita dalle sue mani, dalle sue menti, come in questa canzone dove dà valore alla libertà che la sua terra possiede, alla libertà che quella sua Terra e la sua gente, un giorno gli darà indietro. In questa canzone rende omaggio a Napoli con una voce cosi struggente, si immagina seduto a guardare tutta la sua città, e pensa alle tante parole che niente possono fare per cambiarla, ma allo stesso tempo con lo stesso tono di voce struggente valorizza la libertà che questa sua terra possiede, e la libertà che la sua terra ha di rialzarsi. Ho voluto iniziare questo capitolo con questa parentesi musicale per parlare della mia terra, delle mie origini, di casa mia. Trapiantato al nord, nel decennio in cui l’emigrazione da una parte all’altra dell’Italia raggiungeva i suoi picchi, non ho mai smesso di ricordare, avere a cuore, parlare, tenere vivo dentro di me, l’immagine della mia terra, della terra mia, Campania felix. Nei testi antichi Plinio il Vecchio parlava di Campania felix sia per sottolineare la fertilità della regione, sia per distinguere la Campania antica, cioè la Campania di Capua, dalla Campania nuova la quale, comprendeva una porzione dell’attuale Lazio. Nei secoli seguenti la Campania è stata protagonista di varie vicissitudini, e il nome di Campania felix è scomparso, facendo posto a Terra di Lavoro. Si è passati da definire la Campania, regione felix, fertile, nuova, terra buona per dare i frutti, a terra di lavoro. Oggi questo paragone fa quasi ridere, e azzarderei dire che a me fa quasi paura. Stiamo parlando di una regione che, nelle righe successive andrò a spiegare come, è stata negli ultimi 20 anni martoriata, devastata, letteralmente vangata e dilaniata in quasi tutto il suo territorio. Stiamo sempre parlando e mi duole anche sottolinearlo, della regione, con uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile in Italia, e il territorio dove è sempre più alta la percentuale di giovani che si avvicinano alla criminalità organizzata e di stampo mafioso. Stiamo sempre parlando e mi duole ancora di più sottolinearlo, della regione, con uno dei più alti tassi di mortalità legati al cancro e a tumori. Ma come? Una volta questa terra non era la patria dove coltivare e produrre ortaggi e frutta, che quindi dava moto a posti di lavoro e a tutto quello che l’indotto riguarda? Na vota. Una volta. Perdonatemi se ogni tanto userò il dialetto, ma a volte rende meglio. Fatemi spezzare però una lancia a favore di chi lavora, e di chi manda avanti imprese e botteghe di paese, sfidando la sorte che questa terra ha riservato a tanti. Si perché tra disoccupati giovani e non e gente che purtroppo si è rassegnata a tirare a campare, c’è gente che un lavoro ce l’ha, e talvolta anche mal pagato, ma che si accontenta e tiene duro e va avanti per portare a casa uno stipendio e riuscire a mettere il pranzo in tavola. Conosco botteghe storiche del mio paese che già dalle 6 aprono le serrande, panetterie, salumerie, macellerie, bar, pizzerie. Se a casa mia, Angri, o semplicemente se vi trovate in qualche paesino campano e avete fame, sete o uno sfizio, non vi preoccupate che ha qualsiasi orario del giorno, e talvolta ancora di più della notte, troverete sempre un posto dove mangiare, bere, o semplicemente bere un caffè. Ci sono bar che nemmeno chiudono, ed è la forza dei bar locali quelli storici, aperti da anni. Non è che non chiudono, abbassano a metà la cler del negozio. Se passate di ritorno da una festa e sono le 3 del mattino, basta chiedere che il guaglione di turno vi dice “aspettate nu mument mo arap” e vi fa un caffè, magari accompagnato da un cornetto alla nutella appena sfornato da qualche pasticceria locale. Non sto parlando dei cornetti, anzi delle brioches che trovate qui nei bar del nord, sto parlando di cornetti, fatti a mano, artigianali, e poi farciti al momento con nutella o quello che volete. Appena avete occasione passate a mangiarne uno, vi consiglio un posto, appena usciti dall’autostrada ad Angri, non potete sbagliarvi, girate a sinistra, e troverete un bar che ne vende a centinaia ogni giorno. Se vi va male lo pagate 1 euro, altrimenti se i prezzi non sono cambiati, 50 centesimi, di pura e infinità bontà. C'è un'altra canzone di Pino Daniele che dice:

 

" Ma po ce rest 'o mare e 'a pacienza 'e suppurtà' 'a gente ca cammina miez 'a via pe sbraità', i' vac appriess a te pecchè so nato ccà, sai che so niro, niro ma nun te pozzo lassà'"

che tradotta in italiano, (rende la metà), dice: ma poi ci resta il mare e la pazienza per sopportare la gente in mezzo alla via che sbraita, io vado appresso a te perchè sono nato qua, sai che sono nero, nero (nero a metà come si definiva Pino), ma non ti posso lasciare. Qui a Milano Pino non c'è il mare, c'è la nebbia, qua abbiamo, anzi "Tenimm o fridd nguoll" (il freddo addosso) ma non preoccuparti tu non ci hai mai lasciato, tu continui a suonare nelle radio di tutte le case da nord a sud, forse paradosso, più al nord che al sud, nelle autoradio dei guaglioni di napoli e di tutta Italia.

Sono trapiantato qui al nord da ormai 25 anni, ma casa mia resta li, un pezzo del mio cuore è lì, sempre  e appena ho tempo corro a recuperarlo. 

Le mie radici sono li, anche se i miei rami si sono allontanati fino a qui

Davanti a quegli specchi generazioni intere sono cresciute..

è domenica, ma qui si fatica sempre.

Ho scelto di parlarvi di Mast'Antonio, anzi di raccontarvi della sua arte, del suo mestiere. Taglia capelli da quando ha 6 anni, oggi ne ha più di 60. Ha tagliato i capelli a mio padre, ai miei zii, cugini, a mio nonno.. Mi racconta che è stato chiuso 70 giorni, non aveva mai posato le forbici per così tanti giorni, mi dice con tono malinconico.. Ha fatto sedere generazioni intere su quelle poltrone, e anche se domenica, lui è aperto. Qui si lavora sempre, anche nei giorni di festa, la barba è un rito sacro e se la domenica vi svegliate con la voglia di cucinare pesce, trovate pescherie aperte in ogni via. Aperti fino all'ora di pranzo. Poi dopo è domenica si chiude e si sta in famiglia. E non importa dove ti siedi a tavola, qui dopo 5 minuti ti senti a casa, di famiglia. Antonio mi taglia i capelli, mi regola la barba e mi chiede come è stato il lockdown al Nord, raccontandomi poi dei giorni difficili passati a casa. Ascolta tutto. Un vero barbiere è prima ancora un ottimo oratore,e lui ne ha di storie da raccontare. Oltre 60 anni con le forbici in mano. Chissà quanti ne ha fatti sedere su quelle poltrone di persone, che magari a lui gli stavano anche antipatici.. ma che ci puoi fare, i clienti mica te li scegli! Sono loro che ti scelgono, perchè sei bravo con le forbici e il rasoio ? No..non solo, uno va dal barbiere di fiducia, sempre lo stesso perchè ci si trova bene, ci scambia due battute sul calcio, si 'nciucea un poch e re fatt ellat.. se parèe a quoll a coccurune ("...si fa un  pò di gossip sui fatti degli altri e si prende qualcuno in  giro..") ogni tanto scrivo in dialetto perchè certe cose rendono di più.

Sarò andato da Antonio la prima volta forse a dieci undici anni prima del matrimonio di mio Zio, ci sono tornato poi da adolescente,  e senza neanche presentarmi sono stato riconosciuto. "ma tu si marc, o' fije e Cilard? "  (..ma tu sei marco, il figlio di gerardo?..) ed un bravo barbiere sa riconoscere i volti, perchè li  memorizza bene, ogni volta con un battito di palpebre, rivolto allo specchio davanti a cui lavora, la sua retina scatta decine di foto durante il taglio a un cliente. Ci sono state tante occasioni poi di incontrarsi, anche perchè la bottega di Antonio si trova di fronte  l'ingresso della corte dove c'è la casa di Nonna, nostro rifugio per le vacanze d'estate. Tante volte nel rientrare dal mare camminando dal parcheggio verso casa, Mast' Antonio se non aveva clienti si affacciava sul marciapiedi per una boccata d'aria fresca e per salutare chi passava..e ogni volta salutandoci scambiava quattro  chiacchiere e poi rientrava in bottega a sistemare. Ci sono tornato ogni anno sempre con un anno in più sulla carta d'identità, ma Antonio mi ha sempre riconosciuto, e quando mi vide per la prima volta con la barba lunga disse " aèèè 'a fatt sta barb.. brav stai bbuon!

Quella bottega è così da sempre, sui muri è stato aggiunto un quadro dopo un altro, una foto sull'altra, che ricordava magari qualche taglio elegante per uno sposo. Poi come sempre la foto di Maradona, ognipresente nelle botteghe locali, lo stemma del Napoli Calcio e l'orologio che scandisce il tempo e poi basta. Serve solo osservare con cura le mura per capire quanta vita è passata in quel negozio in cui Antonio ha speso una vita intera con la sua arte di barbiere.

Davanti a quegli specchi generazioni intere sono cresciute..

Oltre 60 anni con le forbici in mano.

Chapeau Antonio

Può un tappeto di foglie creare questo scenario? Se non avete un giardino è difficile da spiegare cotanta bellezza. La potenza della natura di generare sempre splendore , in tutte le stagioni

Libertà

 Ho sempre avuto una ben delineata concezione di cosa significhi libertà. Dizionario alla mano, libertà viene genericamente definita la condizione per cui una persona, un individuo di qualsiasi razza e/o sesso, può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, usando la propria volontà di ideare e mettere in atto un'azione, ricorrendo ad un’altrettanta libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a metterla in atto. Lasciando spazio al concetto della parola libertà, ho sempre considerato questa, il più grande dono che sia stato fatto all’uomo dopo la vita, essere liberi, padroni di sé stessi, del proprio io, di te stesso. In quanto se non si è liberi non si è in grado di mettere in atto quanto di più geniale e creativo abbia in mente una persona. Anche solo il semplice scrivere deve essere una libertà. In alcuni paesi orientali dopo un articolo, alcuni giornalisti rischiano la vita per qualche aggettivo sbagliato, per qualche considerazione di troppo, alcuni la perdono senza troppe spiegazioni. Questo malgrado una carta scritta, la dichiarazione universale dei diritti, sancita nel lontano 48’, malgrado sforzi di diplomazie estere, per un sempre più alto e maggiore rispetto di quei diritti, succede ancora e succede tutt’ora. Certo che dico, e credo che ognuno di noi dovrebbe nel suo limite, ma con il suo potore sforzarsi di fare pressioni continue verso chi, con più poteri, ha e deve mettere in atto le proprie armi diplomatiche a difesa dei diritti di tutti gli individui. E’ un nostro diritto per Dio! E anche un dovere! A mio parere ci sono cinque, forse sei libertà indispensabili: la libertà di fermarsi, dire stop per un momento e riflettere su i problemi, sui pensieri o altro che non ci lasciano in pace; la seconda libertà, è quella di potersi alzare la mattina, o ancora meglio di essere in grado di affrontare la giornata senza alcun impedimento esterno. La terza, forse quella che più proteggo, è la libertà di sperare, ognuno deve esserlo, se la speranza in noi muore, moriamo anche noi, prima dentro come anima e poi come persona. Un’ altra libertà che ha cuore, è la libertà di ricordare, più che ricordare, il continuare a ricordare ciò che è successo nella storia, da Napoleone fino Gheddafi, con le nostre storie, e le storie dell’umanità. Il ricordo serve ai prossimi per non ripetere gli stessi errori, dalle stragi umanitarie agli errori umani e via dicendo, con il ricordo l’uomo impara, si spera. L’ultima o forse nemmeno, è la libertà di vivere, di riuscire a vivere e non continuare a sopravvivere, brutta espressione vero? Fermatevi mentre state leggendo e chiedetevi se state vivendo ogni giorno al massimo del suo splendore, o se state sopravvivendo giorno dopo giorno, dimenticandovi di vivere le piccolezze di cui ogni giorno è fatto. Ah si, forse l’ultima veramente, è la libertà di scrivere, e di trovare il tempo per scrivere, qualsiasi cosa, un libro, un articolo, un testo, una canzone, una poesia, perché come diceva una persona, il buon Enzo Biagi, “la libertà è come la poesia, non ha bisogno di aggettivi, è libertà! “ E una caratteristica della libertà di scrivere è che dopo, va condivisa, altrimenti avrete imprigionato la vostra stessa libertà. Questa pagina, nel "libro" che ho in testa rimarrà quasi vuota, la lascio a voi perché abbiate un po’ della mia libertà per scrivere quello che volete. Potete anche strapparla, regalarla a qualcuno o scrivere qualcosa .

Siate liberi                    

Due (non è solo un numero)

 Occhi che si guardano,

in assenza di luce si interpretano lo stesso.

Punta, naso,

punto di riferimento nel buio della notte,

 da lì la strada che porta a due labbra già note,

ma sempre piene di nuovo.

Bacio, contatto,

saluto dei corpi, abbraccio naturale dono di bene,

velo leggerissimo di difesa accompagna il sonno arrivato incombente

Cuore, petto, spalla, la ricerca del corpo caldo,

seconda coperta della notte.

Respiro, sbuffo incrocio di fiato

scivola tra i due colli,

accarezza,

ma non sveglia

bensì protegge e veglia.

Gamba su gamba,

cammino congiunto nei sogni probabili.

Dormi,

dormo anch’io allora,

sicuro che niente ci svegli ne il freddo,

ne il vuoto, dormiamo aspettando il nuovo giorno.

Silenziosi arriviamo al risveglio,

bacio delicato sospiro di affanno,

voglia di letto che avanza nel corpo.

Occhi che si riaprono,

si conoscono

e a fatica lasciano avanzare la luce del nuovo giorno.

Braccia, le nostre, risveglio unito,

è un nuovo giorno che inizia, buongiorno. 

Due non è solo un numero, è tutto.

Dietro al bancone di un bar si vedono molte cose

Con la mia inclinazione a pensar non poco osservando la quotidianità, e con il temperamento che mi portava poi a scriverne testi e frasi intente a estrapolare l’interiora del momento, dall’alto di dove si trovava il bar vedevo tutti i binari sui quali arrivavano ora dopo ora diversi treni, e dai quali ne partivano altrettanti diretti per ogni destinazione, carichi di passeggeri, di storie, di vita, di racconti scambiati agli interni degli scomparti. Avevo davanti a me un’immagine che significava molto, tutto quasi, lo scorrere del tempo scandito dall’arrivo e dalle partenze di centinaia e migliaia di persone, ognuna con una metà diversa, magari comune per coincidenza, con l’incontro inaspettato di un parente, di un amico o di un conoscente. Come sempre scrissi qualcosa su quest’immagine che catturavo nei momenti di libertà al bancone. Osservando le cose le si capiscono e conoscono meglio, si arriva a capirne l’essenza racchiusa in quella situazione, scena, attimo, minuto, secondo. È questo che cerco di fare ogni volta che scrivo. Cosi scrissi:

E sono qui.. Da questo punto vedo gran parte della stazione.. Di tanti binari in fila fianco a fianco.. Di persone che scendono dalle carrozze, altre che vi salgono, non si sa perché ma con fretta E da questo punto riconosci le persone che arrivano, le riconosci da come scendono dai treni, da come si guardano intorno, dai loro volti, da come camminano e vedi chi scende con aria decisa, di fretta sa già dove andare, un milanese doc, che conosce la stazione, e la città, che non cammina ma corre, con un volto stressato dall’aria milanese, magari al telefono per lavoro.. e vedi chi scende con le valigie, un po’ impacciato dal peso di queste, con la bottiglietta d’acqua in una mano e nell’altra una, due valigie, si guarda con aria insolita, cercando volti familiari, di persone giunte li per portarli poi a casa, di parenti o amici e vedi chi scende con lo zaino in spalla, in mano un ipod, nelle orecchie musica a palla, nell’altro mano cartellette, disegni progetti, sono gli universitari che fanno avanti e indietro,, che vivono di più sui treni e negli atenei che a casa e vedi chi sale, un bacio sulla guancia di qualcuno un gesto con la mano, la porta del treno che si chiude e via ognuno con una destinazione diversa.. e vedi chi sale da solo senza salutar nessuno, un sguardo al numero della carrozza, al posto assegnato e poi su, trascinandosi se c’è il bagaglio dietro .. e vedi chi sale e vorrebbe rimaner giù, li riconosci salgono all’ultimo, salutano per molto chi stanno lasciando li..

Dietro al bancone di un bar si vedono molte cose, figurati dall'alto.

ndr testo abbozzato sul cellulare durante una pausa pranzo dal lavoro, quando facevo il barista in un bar al piano rialzato della stazione

Non è solo luce..

Non sono mai stato uno studioso forsennato, ma a scuola me la sono sempre cavata. Quelli che si sono spesi molto a studiare sono Silvio e Marilena. Per anni ho visto la porta di camera di mia sorella socchiusa con la luce, quelle da scrivania, sempre accesa fino a tardi, sui libri, di quelle che fanno luce per sé, cercando di non disturbare il sonno altrui. Anche Silvio talvolta si attardava al computer tenendo accesa la luce, ma nascondendola, tra lo spazio che c’era tra la parete e la scrivania, in modo tale da lasciarmi dormire. Quella luce in un modo nell’altro è stata l’ultima cosa che ho visto per anni, era come una ninna nanna costruita su di un fotogramma, che accompagnava lo sfinirsi delle palpebre fino alla loro chiusura. Quella luce che a pensarci su bene un giorno, mi permise di scrivere questo :

"Luce debole chiara fragile che buca la finestra immune, trafitta lascia entrare aghi di luce, fine come capelli penetra da fuori a dentro senza chiedere permesso portando sul viso soffi di un giorno che sta nascendo luce che scappa, luce sola orfana di una stanza luce ultima del giorno prima della notte, che veglia su uno scrittore, che cura una mamma intenta nell’addormentare la sua creatura, compagna di notte di un insonne che cerca un motivo per chiudere ciglio luce chiara, libera guida del giorno ombra insaputa che ci apre il baule dell’inventario più grande della vita, sempre infinito mai con un punto luce ricordo di vita fiammella debole fa da sentinella sul grigio marmo alla buonanima sepolta luce, primo appiglio di scoperta per uno sguardo neonato a cui viene aperto il sipario della vita luce che fa da guardia, amica nascosta ma visibile dell’uomo pescatore, faro guida nella notte di chi ha scelto le stelle come tetto e il mare come casa luce sembra niente di speciale ma nella vita è quella che dà sapore alle cose."

Intravedo in quelle parole che scrissi, profonde verità che accompagnano spesso l’aspetto che assumono molte case nelle ore serali del giorno. Di figli che studiano fino a tardi per preparare gli esami, di giovani che tardano davanti a uno schermo finendo di scrivere la tesi o un saggio, di scrittori che portano a termine uno scritto, di amanti di quelle ore silenziose dove ritrovare un attimo di respiro per se stessi.

Non è solo luce, è vita che scorre

Torneremo ad abbracciarci

È quando posiamo la testa sul cuscino che tutto viene a capo. Quando il mondo, tutto o quasi, si ferma. Mai come in queste sere, frase come questa suona ancora più vera. Fuori Il silenzio che copre tutto, che azzera qualsiasi percezione, che annienta il caos del viver quotidiano. Noi nelle nostre vite, nelle nostre case, nel nostro letto, a posare la testa e poco dopo dormire, senza quasi, perché pochi sono quelli che lo fanno, dire grazie a quanto fatto e vissuto, grazie alle persone che hanno fatto qualcosa per noi, senza mai rivivere la giornata ognuno in cuor suo. Semplicemente posando la testa speriamo che tutto vada al suo posto, che tutto ciò che nel giorno finito non è andato come volevamo, l'indomani prenda la strada giusta. E in questi giorni, che a volte sembrano tutti uguali, dobbiamo dire grazie prima di tutto a chi è in prima linea, nel curare il maggior numero di persone, grazie a chi non si è mai fermato, grazie a chi ha continuato a lavorare sempre per farci sedere ogni giorno a tavola con qualcosa nel piatto da mangiare. Si perché in tutta questa situazione dobbiamo comunque ritenerci fortunati ad essere nati nella parte giusta del mondo, dobbiamo nonostante tutto essere grati per aver ogni giorno un pasto e un letto caldo dove dormire.. Perché c'è chi tutto questo non può permetterselo e in questo momento è ancora più in difficoltà. Quindi smettete di lamentarvi della mascherina che dà fastidio, dei locali chiusi, delle zone arcobaleno.. E potrei continuare.. Adesso è importante che ognuno faccia la sua parte, il suo dovere. Tutti chi più chi meno, possiamo contribuire a fare in modo che tutto questo sia solo un brutto ricordo. Andrà tutto bene.. si se lo vogliamo noi, non di certo perché ci cade la soluzione dal cielo. Namasté

Torneremo ad abbracciarci sì, più forti e più forte di prima